Relazioni

Amore liquido

Copertina dell'articolo Amore liquido di Zygmunt Bauman

Cambiamo lavoro.

Cambiamo città.

Cambiamo relazioni.

Cambiamo telefono, interessi, abitudini e progetti.

Possiamo reinventarci, ricominciare e scegliere tra possibilità che fino a poche generazioni fa sarebbero state molto più difficili da immaginare.

Questa libertà rappresenta una conquista enorme.

Eppure porta con sé una domanda:

Se tutto può continuamente cambiare, a cosa possiamo davvero appoggiarci?

Il sociologo Zygmunt Bauman ha utilizzato una metafora particolarmente efficace per descrivere la società contemporanea: quella della liquidità.

Un solido conserva la propria forma.

Un liquido cambia forma a seconda del contenitore che incontra.

Per Bauman, qualcosa di simile è accaduto alle nostre vite.

Sono diventati più liquidi il lavoro, le relazioni, le appartenenze, le identità e i progetti per il futuro.

Non significa semplicemente che il mondo cambia. Significa vivere in una società nella quale ciò che oggi sembra stabile potrebbe essere diverso domani, e nella quale siamo continuamente chiamati ad adattarci.

Dal mondo solido al mondo liquido

Per molte generazioni la vita seguiva percorsi relativamente più prevedibili.

Si imparava un mestiere.

Si entrava in un'azienda.

Si costruiva una famiglia.

Si apparteneva a una comunità.

Si rimaneva spesso nello stesso luogo per gran parte della vita.

Non dobbiamo idealizzare quel mondo.

La stabilità poteva significare anche rigidità, obblighi sociali, ruoli imposti e pochissime possibilità di scegliere una vita differente.

La società contemporanea ha spezzato molti di quei vincoli.

Possiamo cambiare.

Possiamo andarcene.

Possiamo ricominciare.

Ma insieme alla rigidità abbiamo perso anche una parte della stabilità.

Il lavoro diventa liquido

Una volta il lavoro contribuiva fortemente a rispondere alla domanda:

Chi sono?

Un mestiere poteva accompagnare una persona per gran parte della vita.

Oggi molto più frequentemente dobbiamo essere pronti a cambiare azienda, competenze, ruolo, città o persino professione.

Ci viene chiesto di essere flessibili.

La flessibilità è certamente una risorsa.

Ma può avere anche un costo psicologico.

Se non sappiamo dove lavoreremo tra qualche anno, diventa più difficile immaginare dove vivremo.

Se non sappiamo dove vivremo, diventa più difficile progettare altre parti della nostra vita.

Il futuro diventa qualcosa da affrontare progressivamente, invece di un luogo nel quale poterci proiettare con una certa continuità.

E questa instabilità non riguarda soltanto ciò che facciamo. Può entrare anche nel modo in cui percepiamo noi stessi. Se il lavoro cambia, le relazioni cambiano, le città cambiano e le appartenenze cambiano, anche l'identità rischia di diventare qualcosa che deve essere continuamente ricostruito.

Vivere nell'insicurezza

Un altro elemento importante della riflessione di Bauman è l'insicurezza. In una società liquida possiamo avere molte più possibilità rispetto al passato, ma anche meno punti fermi.

Dobbiamo essere pronti a cambiare lavoro, aggiornare competenze, spostarci, riorganizzare i nostri progetti e adattarci continuamente.

Questo può produrre una tensione particolare anche nelle relazioni. Da una parte desideriamo qualcuno che ci dia sicurezza, continuità e appartenenza. Dall'altra abbiamo paura che un legame troppo stabile possa limitare le possibilità future.

Vogliamo qualcuno che rimanga, ma vogliamo anche conservare la possibilità di andarcene.

Vogliamo sentirci protetti senza sentirci intrappolati.

Ed è proprio dentro questa tensione che si inserisce il tema dell'amore liquido.

Anche l'amore diventa liquido

Desideriamo vicinanza.

Ma contemporaneamente vogliamo conservare la possibilità di andarcene.

Desideriamo sicurezza.

Ma abbiamo paura di sentirci intrappolati.

Vogliamo qualcuno che rimanga.

Ma vogliamo anche essere liberi.

È una tensione profondamente umana, che nella società contemporanea può diventare ancora più evidente.

Una relazione richiede inevitabilmente qualcosa che la cultura della possibilità illimitata rende difficile:

rinunciare ad alcune alternative.

Scegliere qualcuno significa, almeno in parte, non scegliere qualcun altro.

Costruire significa investire.

Investire significa esporsi.

E quando ci esponiamo possiamo perdere qualcosa.

La società dei consumatori

Per comprendere fino in fondo l'amore liquido, però, bisogna aggiungere un altro pezzo importante del pensiero di Bauman: la società dei consumatori.

Una società dei consumi non ha soltanto bisogno che compriamo. Ha bisogno che continuiamo a desiderare.

Il consumatore ideale non compra un oggetto e pensa: “Perfetto, questo mi basta per i prossimi vent'anni”.

Il circuito funziona diversamente.

Desidero.

Compro.

Mi soddisfa.

Mi abituo.

Comincia a sembrarmi vecchio, insufficiente o meno interessante.

Compare qualcosa di nuovo.

E torno a desiderare.

La soddisfazione, quindi, non può durare troppo. Se durasse per sempre, il consumo rallenterebbe.

Da questo punto di vista, una certa quota di insoddisfazione non è un incidente del sistema: è ciò che permette al sistema di continuare a funzionare.

Quando ci abituiamo a sostituire

Gli oggetti contemporanei diventano rapidamente superati.

Un telefono che due anni fa sembrava straordinario oggi può sembrarci lento.

Un vestito può essere sostituito da una nuova moda.

Un'automobile da un modello più recente.

Una piattaforma da un'altra.

Bauman ci invita a domandarci che cosa accade quando questa abitudine alla sostituzione non riguarda più soltanto le cose.

Che cosa succede se iniziamo inconsapevolmente a utilizzare la stessa logica anche per il lavoro, le esperienze e le persone?

Se qualcosa mi soddisfa, lo tengo.

Se comincia a costarmi fatica, guardo cosa offre il mercato.

Se compare un'alternativa più interessante, posso sostituirlo.

Naturalmente una relazione non è un telefono.

Ma una cultura può insegnarci modi di pensare che poi utilizziamo anche in contesti molto diversi.

Un oggetto non ha bisogno di reciprocità

Qui possiamo utilizzare un esempio semplice per capire quanto la logica del consumo sia diversa dalla logica di una relazione.

Quando compro una sedia, non devo domandarmi se la sedia desideri essere comprata da me.

Non devo chiedermi se la mia scelta le faccia bene.

Non devo conoscere i suoi bisogni.

La relazione è completamente unilaterale: la domanda è soltanto “questa cosa soddisfa ciò che voglio?”.

Una persona, invece, non è un oggetto.

Ha desideri, bisogni, paure, limiti e una propria esperienza.

Una relazione richiede quindi domande che nel consumo non esistono:

“Che cosa sta vivendo l'altro?”

“Che effetto hanno su di lui le mie scelte?”

“Che cosa stiamo costruendo insieme?”

Il rischio dell'amore liquido non è semplicemente “lasciarsi troppo”. È iniziare a guardare inconsapevolmente l'altro soprattutto dal punto di vista della funzione che svolge per noi.

Da consumatori a merci

C'è poi un passaggio ancora più interessante nel pensiero di Bauman: nella società dei consumatori non siamo soltanto consumatori. Diventiamo anche, in parte, prodotti che devono risultare desiderabili.

Non dobbiamo soltanto scegliere. Dobbiamo anche essere scelti.

Dobbiamo presentarci bene.

Essere interessanti.

Competenti.

Attraenti.

Produttivi.

Aggiornati.

Visibili.

Possiamo finire per costruire noi stessi come qualcosa che deve avere un valore sul mercato dello sguardo degli altri.

I social rendono particolarmente visibile questo processo.

Non viviamo soltanto un'esperienza.

Possiamo contemporaneamente osservare come quella esperienza apparirà agli altri.

Non facciamo soltanto un viaggio.

Produciamo immagini del viaggio.

Non pratichiamo soltanto uno sport.

Quello sport può diventare parte della nostra identità pubblica.

Non abbiamo soltanto una relazione.

Possiamo anche mostrarla, raccontarla, confrontarla con quella degli altri.

E lentamente può comparire una domanda:

Se nessuno vedesse questa cosa, avrebbe per me lo stesso valore?

Oppure, ancora più radicalmente: quanto del mio valore sento dipendere dal fatto di essere desiderabile agli occhi degli altri?

Il paradosso della scelta

Avere molte possibilità sembra necessariamente qualcosa di positivo.

E spesso lo è.

Ma proviamo a entrare per un momento nell'esperienza concreta di una persona davanti a cento possibilità.

Quale lavoro dovrei scegliere?

Dove dovrei vivere?

Questa relazione è davvero quella giusta?

Potrei essere più felice con qualcun altro?

Sto sfruttando abbastanza le mie possibilità?

Quando esiste una sola strada possiamo sentirci intrappolati.

Quando ne esistono cento possiamo sentirci paralizzati.

Ogni scelta implica infatti una rinuncia.

E subito dopo aver scelto possiamo domandarci:

E se ci fosse stato qualcosa di meglio?

Quando l'alternativa è sempre visibile

In una cultura nella quale siamo continuamente esposti alle possibilità degli altri, la nostra vita reale viene confrontata con un numero praticamente infinito di vite possibili.

Il partner reale ha difetti.

La possibilità immaginata no.

La relazione reale attraversa momenti di noia.

La relazione possibile è ancora piena di promesse.

Così può comparire una domanda continua:

E se là fuori ci fosse qualcuno di più adatto a me?

Le applicazioni di incontri rendono questa esperienza particolarmente visibile.

Un gesto del dito e appare un'altra persona.

Poi un'altra.

Poi un'altra ancora.

Naturalmente gli strumenti non determinano automaticamente il nostro modo di amare.

Ma si inseriscono perfettamente in una cultura nella quale scegliere rischia di diventare più difficile proprio perché possiamo continuare a scegliere.

La gratificazione immediata

A tutto questo si aggiunge un altro elemento della vita contemporanea: siamo sempre più abituati alla velocità.

Possiamo ordinare qualcosa e riceverlo il giorno dopo.

Possiamo vedere immediatamente un film.

Possiamo scrivere a qualcuno dall'altra parte del mondo e aspettarci una risposta quasi subito.

Molte esperienze sono costruite per ridurre l'attesa.

Le relazioni, però, continuano ad avere tempi molto poco tecnologici.

La fiducia richiede tempo.

Conoscere davvero qualcuno richiede tempo.

Superare un conflitto richiede tempo.

Ricostruire dopo una delusione richiede tempo.

E anche imparare ad amare qualcuno quando non corrisponde più all'immagine idealizzata dell'inizio richiede tempo.

Una cultura della gratificazione immediata può quindi entrare in conflitto con processi umani che non possono essere accelerati.

Quando la prima soluzione diventa andarsene

C'è un altro segnale interessante della liquidità delle relazioni.

Quando una coppia attraversa un periodo difficile, una delle risposte che oggi possiamo sentire più facilmente è:

Lascialo.

Lasciala.

Se ti fa stare male, vattene.

Naturalmente esistono relazioni dalle quali è importante uscire, soprattutto quando diventano violente, oppressive o profondamente distruttive.

Ma il problema è un altro.

Rischiamo di applicare anche ai legami la stessa logica che utilizziamo con gli oggetti:

quando qualcosa smette di funzionare bene, lo sostituiamo.

Una relazione attraversa un conflitto?

Forse è quella sbagliata.

Il desiderio diminuisce?

Forse non siamo più compatibili.

Ci sentiamo frustrati?

Forse là fuori esiste qualcuno che ci farà sentire diversamente.

Così può diventare sempre più difficile distinguere tra una relazione realmente dannosa e una relazione che sta semplicemente attraversando qualcosa che ogni legame profondo, prima o poi, incontra:

delusione, differenze, noia, rabbia, distanza, negoziazione.

Tenere sempre aperta una porta

Possiamo allora sviluppare una strategia apparentemente molto efficace:

non investire mai completamente.

Rimaniamo nella relazione, ma con una parte del corpo già rivolta verso l'uscita.

Ci avviciniamo, ma non troppo.

Facciamo progetti, ma sempre modificabili.

Quando qualcosa diventa difficile possiamo pensare immediatamente:

Forse non è la persona giusta.

La possibilità di andarsene è fondamentale quando una relazione è dannosa.

Ma esiste una differenza tra poter andare via e dover mantenere continuamente pronta la fuga.

Nel secondo caso ci proteggiamo dalla possibilità di perdere l'altro evitando di affidarci veramente a lui.

Il paradosso è evidente:

per non rischiare di soffrire per la perdita di un legame, rischiamo di costruire legami nei quali non ci sentiamo mai completamente al sicuro.

Bauman incontra Fromm

Ed è proprio qui che Bauman può essere messo in dialogo con Erich Fromm.

Nell'Arte di amare, Fromm propone una concezione quasi opposta alla relazione come prodotto da valutare continuamente.

Per Fromm amare non significa soltanto trovare la persona capace di farci stare bene.

Amare è una capacità.

Richiede cura, responsabilità, rispetto, conoscenza dell'altro e capacità di attraversare anche la frustrazione.

Da una parte possiamo quindi immaginare una cultura che ci suggerisce:

Se non funziona più, cerca qualcosa di meglio.

Dall'altra Fromm ci costringe a porci una domanda più scomoda:

Prima di chiedermi se devo cambiare persona, so stare dentro una relazione e provare a costruirla?

Questo non significa che una relazione debba essere salvata a ogni costo.

Significa non confondere automaticamente la presenza di una difficoltà con la prova che il legame sia sbagliato.

Se ogni frustrazione diventa un motivo per cercare un'alternativa, rischiamo di cambiare continuamente relazione senza incontrare mai il punto nel quale l'innamoramento finisce e comincia realmente il lavoro dell'amore.

Bauman ci aiuta allora a vedere il contesto sociale nel quale i nostri legami si formano.

Fromm ci pone davanti alla responsabilità personale di decidere come vogliamo amare dentro quel contesto.

Possiamo vivere in una società liquida senza essere costretti a rendere liquido ogni nostro legame.

La difficoltà di restare

Alcune delle esperienze psicologicamente più importanti hanno bisogno di tempo.

La fiducia ha bisogno di tempo.

L'intimità ha bisogno di tempo.

Imparare qualcosa profondamente richiede tempo.

Conoscere qualcuno richiede tempo.

Conoscere noi stessi richiede tempo.

Sono processi difficili da accelerare.

E inevitabilmente, durante quel tempo, arriva anche la noia.

Arriva la frustrazione.

Arriva la ripetizione.

Arriva il momento in cui qualcosa non è più nuovo.

Se interpretiamo continuamente la perdita dell'eccitazione come perdita di valore, rischiamo di abbandonare le cose proprio quando potrebbero iniziare a diventare profonde.

Ma allora dobbiamo rifiutare il cambiamento?

No.

Sarebbe semplicemente sostituire una rigidità con un'altra.

Esistono lavori che è importante lasciare.

Relazioni dalle quali è necessario uscire.

Luoghi che non ci appartengono più.

Identità nelle quali non ci riconosciamo.

La possibilità di cambiare è una conquista.

Il problema nasce quando il cambiamento smette di essere una possibilità e diventa un obbligo permanente.

Quando dobbiamo continuamente aggiornarci per paura di diventare obsoleti.

Quando dobbiamo continuamente migliorare.

Quando dobbiamo continuamente cercare qualcosa di più.

Quando fermarsi produce la sensazione di stare perdendo occasioni.

Siamo soltanto vittime della società liquida?

Qui possiamo aggiungere una domanda che va oltre la descrizione sociologica di Bauman.

Se riconosciamo questa logica, che cosa vogliamo farne?

Sarebbe facile attribuire tutto alla società.

Ai social.

Alle applicazioni.

Al mercato.

Alla precarietà.

Ma noi partecipiamo anche alla cultura nella quale viviamo.

Non possiamo individualmente rendere stabile il mercato del lavoro.

Non possiamo cancellare il funzionamento dell'economia contemporanea.

Non possiamo sottrarci completamente alla società dei consumi.

Possiamo però diventare consapevoli dei momenti in cui quella logica comincia a decidere al posto nostro.

Possiamo accorgerci quando un rapporto viene valutato soltanto in termini di soddisfazione.

Quando una persona viene trasformata in qualcosa che deve continuamente farci stare bene.

Quando noi stessi sentiamo di dover essere continuamente desiderabili per non perdere valore.

La nostra responsabilità

Essere immersi in una società liquida non significa essere obbligati a diventare liquidi in ogni parte della nostra vita.

Non scegliamo il sistema nel quale nasciamo, ma possiamo scegliere fino a che punto vogliamo colludere con alcune delle sue logiche.

Possiamo domandarci se vogliamo trattare ogni oggetto come sostituibile.

Ogni lavoro come temporaneo.

Ogni relazione come provvisoria.

Ogni momento di insoddisfazione come prova che dobbiamo cercare altro.

La responsabilità personale non consiste nel diventare impermeabili alla società. Probabilmente sarebbe impossibile.

Consiste nel riconoscere che vivere dentro una cultura non significa dover aderire inconsapevolmente a ogni sua regola.

Possiamo scegliere di non essere liquidi in tutto

Possiamo decidere che non tutto deve essere sostituibile.

Possiamo riparare qualcosa invece di cambiarlo.

Possiamo attraversare una fase difficile di una relazione prima di concludere che la relazione sia sbagliata.

Possiamo approfondire una competenza invece di inseguirne continuamente una nuova.

Possiamo fare qualcosa senza mostrarlo.

Possiamo comprare qualcosa perché ci serve e non perché racconta chi vorremmo essere.

Possiamo annoiarci senza interpretare immediatamente quella sensazione come il segnale che dobbiamo cambiare vita.

Possiamo persino rinunciare volontariamente ad alcune possibilità.

Non perché non esistano.

Ma perché abbiamo scelto.

Restare può essere una scelta

Forse oggi siamo molto allenati a chiederci:

Posso cambiare?

Una domanda altrettanto importante potrebbe essere:

Voglio cambiare?

Posso lasciare questa relazione.

Ma voglio farlo?

Posso cambiare lavoro.

Ma è ciò che desidero oppure sto semplicemente fuggendo dalla frustrazione?

Posso comprare qualcosa di nuovo.

Ma ne ho bisogno?

Posso continuare a cercare altre possibilità.

Ma che cosa succederebbe se, per una volta, scegliessi di approfondirne una?

La libertà non consiste soltanto nel poter andare via.

Comprende anche la possibilità di scegliere consapevolmente di restare.

In una società liquida forse una delle forme più difficili di libertà è proprio questa: decidere quali parti della nostra vita non vogliamo trattare come qualcosa di consumabile.

Riferimenti bibliografici

Bauman, Z. (2000). Modernità liquida.

Bauman, Z. (2003). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi.

Bauman, Z. (2005). Vita liquida.

Bauman, Z. (2007). Consumo, dunque sono.