Heinz Kohut si trovò a ricevere pazienti che non sembravano soffrire principalmente per i classici conflitti nevrotici descritti dalla psicoanalisi del suo tempo. Non arrivavano soltanto con un desiderio proibito, una colpa o un conflitto tra ciò che volevano e ciò che sentivano di poter essere. Alcuni raccontavano soprattutto qualcosa di più difficile da afferrare: vuoto, inconsistenza, mancanza di vitalità, bisogno continuo di conferme, sensazione di non sentirsi davvero interi.
Una cosa colpiva particolarmente: molte di queste persone, viste da fuori, sembravano avere una vita che funzionava. Avevano un lavoro, relazioni, interessi, impegni, una quotidianità apparentemente ordinata. Non necessariamente c’era un evento evidente che spiegasse il loro malessere. Eppure, internamente, potevano descrivere una sensazione molto diversa: come se facessero le cose senza sentirle davvero proprie, come se mancasse qualcosa dentro anche quando, fuori, sembrava esserci tutto.
Il vuoto, in questi casi, non è semplicemente “non avere niente”. È un’esperienza soggettiva. Una persona può essere attiva, competente, apprezzata, persino circondata da altre persone, e nello stesso tempo sentire poca consistenza interna, poco radicamento, una difficoltà a sentire continuità tra ciò che fa e ciò che sente di essere.
La psicoanalisi possedeva molti strumenti per comprendere il conflitto. Ma Kohut iniziò a chiedersi che cosa succede quando il problema non è soltanto “una parte di me vuole qualcosa e un’altra la proibisce”, ma qualcosa di ancora più fondamentale: quanto riesco a sentirmi una persona stabile, continua e viva anche quando l’altro non mi sta sostenendo?
Da questo problema clinico nacque progressivamente la Psicologia del Sé, un approccio che mise al centro la coesione del Sé, l’empatia e il ruolo delle relazioni nella costruzione e nel mantenimento della nostra esperienza di essere noi stessi.
Che cosa significa “coesione del Sé”?
Significa riuscire a sentirsi una persona sufficientemente intera e continua nel tempo. Posso essere triste oggi e stare bene domani, posso essere criticato, posso fallire, posso cambiare idea, ma continuo a percepire che sono sempre io. Quando questa coesione è fragile, invece, ogni esperienza può sembrare più scollegata: fuori continuo a funzionare, ma dentro faccio fatica a sentire un filo che tenga insieme ciò che provo, ciò che desidero e l’idea che ho di me stesso.
La parola Sé può sembrare astratta. Possiamo renderla concreta attraverso alcune domande.
Un Sé relativamente coeso non significa essere sempre sicuri di sé. Significa poter attraversare frustrazioni, rifiuti, distanza e fallimenti senza perdere completamente la sensazione di essere ancora noi.
Per Kohut le radici di questo processo si trovano soprattutto nell’infanzia, quando il bambino costruisce il proprio senso di sé attraverso il rapporto con le figure che si prendono cura di lui. Nei primi anni di vita il bambino non possiede ancora una percezione completamente stabile di chi è: ha bisogno anche delle risposte degli altri per dare forma alle proprie emozioni, al proprio valore e alla propria esperienza.
L’adolescenza rappresenta poi un secondo passaggio molto importante. Il corpo cambia, cambiano le relazioni, aumenta il confronto con i coetanei e la persona deve riorganizzare la propria identità: chi sono, cosa voglio, a chi appartengo, che valore ho agli occhi degli altri e ai miei?
Questo non significa che tutto sia deciso nei primi anni di vita. Le esperienze successive, le relazioni significative e anche la psicoterapia possono modificare profondamente il modo in cui una persona vive se stessa. Significa però che alcune fragilità possono avere radici molto precoci e diventare più visibili durante l’adolescenza o nell’età adulta.
Immaginiamo un bambino che corre verso un genitore con un disegno tra le mani.
“Guarda cosa ho fatto!”
Apparentemente sta mostrando un foglio. Psicologicamente sta facendo qualcosa di molto più importante: sta cercando uno sguardo che gli restituisca che la sua esperienza esiste e ha valore.
Il bambino non possiede ancora un senso di sé completamente autonomo e stabile. Ha bisogno che le figure significative svolgano alcune funzioni psicologiche che, col tempo, potranno essere progressivamente interiorizzate. Kohut chiamerà queste figure, quando svolgono tali funzioni, oggetti-Sé o selfobject.
Non essere visti non significa necessariamente crescere in una famiglia apertamente maltrattante o vivere grandi traumi. A volte si tratta di esperienze molto più sottili, quotidiane e ripetute.
Un bambino torna a casa triste perché ha litigato con un compagno e si sente rispondere:
“Non è niente, non fare così.”
L’adulto magari vuole tranquillizzarlo. Ma, se questo accade continuamente, il bambino può imparare che la propria tristezza è qualcosa da spegnere rapidamente invece che un’esperienza che può essere riconosciuta, nominata e attraversata.
Oppure un adolescente torna entusiasta per qualcosa che per lui è importante, racconta un progetto, una passione, un risultato, e riceve soltanto un “sì, sì, bravo” detto distrattamente, senza vero interesse. Non è un episodio traumatico. Ma se questa esperienza si ripete, può restare una sensazione: quello che sento non arriva davvero a nessuno.
In altre famiglie il problema può essere diverso: le emozioni del bambino vengono accolte soltanto quando coincidono con quelle che l’adulto considera accettabili. La rabbia disturba, la paura viene derisa, la tristezza viene minimizzata, mentre il bambino viene valorizzato soprattutto quando è bravo, autonomo, performante o non crea problemi.
Il punto non è cercare un genitore colpevole. È capire come, attraverso migliaia di piccoli scambi, il bambino impari qualcosa su di sé: quello che provo può essere visto? Posso portarlo a qualcuno? Ha un posto nella relazione?
Una delle funzioni fondamentali descritte da Kohut è il rispecchiamento.
Quando il bambino mostra entusiasmo, capacità, orgoglio o bisogno di essere visto, uno sguardo sufficientemente partecipe gli restituisce qualcosa come:
“Ti vedo.”
“Capisco che per te è importante.”
“La tua presenza produce qualcosa in me.”
Non significa applaudire qualsiasi cosa faccia il bambino o costruire un’autostima artificiale. Significa riconoscere la sua esperienza in modo sufficientemente realistico.
Con lo sviluppo, una parte di questo riconoscimento può diventare interna. La persona adulta continua ad avere bisogno degli altri, ma non dipende completamente dal loro sguardo per sapere di avere valore.
Un bambino ha anche bisogno di poter percepire alcune figure come calme, affidabili, competenti e sufficientemente forti.
Durante un temporale può correre dal genitore. Il temporale continua, ma il corpo si rilassa perché quella paura ora viene vissuta accanto a qualcuno percepito come capace di contenerla.
Kohut descrive qui il bisogno di idealizzazione: poter appoggiarsi psicologicamente a una figura che offre stabilità e forza.
Nel tempo, se lo sviluppo procede in modo sufficientemente buono, una parte di quella funzione viene interiorizzata:
“Posso attraversare questa cosa.”
“Posso calmarmi.”
“Posso reggere ciò che sento.”
Esiste poi un terzo bisogno, spesso chiamato gemellarità o alter ego: sentire di poter incontrare esseri umani sufficientemente simili a noi.
È l’esperienza di raccontare qualcosa che abbiamo sempre creduto stranissimo e sentirci rispondere:
“Anche a me succede.”
Quel momento riduce una distanza. Ci dice che non siamo completamente soli nella nostra esperienza e contribuisce al senso di appartenenza.
Una lettura superficiale potrebbe far pensare che una persona adulta “sana” non debba più avere bisogno di approvazione, sostegno o somiglianza con gli altri. Kohut non va in questa direzione.
Gli esseri umani continuano ad aver bisogno di relazioni capaci di sostenerli. La questione è quanto il nostro equilibrio dipenda da esse e quanto riusciamo a conservare internamente le funzioni che quelle relazioni ci offrono.
Essere autonomi non significa non avere bisogno di nessuno. Significa poter avere bisogno degli altri senza dissolversi quando non sono disponibili.
Una persona può dire:
“Mi sento vuota.”
“Non so cosa voglio.”
“Se non succede qualcosa mi spengo.”
“Quando sono solo non so cosa farmene di me.”
Il vuoto può assumere molte forme. Può essere fatica a sentire desideri propri. Può essere mancanza di direzione. Può essere bisogno continuo di stimoli. Può essere la sensazione di esistere pienamente soltanto quando qualcuno ci guarda, ci desidera, ci ammira o ha bisogno di noi.
Il vuoto, quindi, non significa necessariamente che dentro non ci sia niente. A volte significa che facciamo fatica a mantenere stabile il contatto con ciò che c’è quando manca un sostegno esterno.
Immaginiamo una persona che pubblica qualcosa e riceve molti apprezzamenti. Per qualche ora si sente bene: interessante, desiderabile, importante.
Poi l’effetto svanisce. Serve una nuova conferma. Un altro risultato. Un’altra persona che la desideri. Un altro successo.
Non perché sia necessariamente vanitosa. Il punto può essere molto più delicato: senza uno sguardo esterno che restituisca valore, è difficile mantenere internamente quella sensazione.
È come cercare continuamente uno specchio fuori perché l’immagine dentro tende a perdere consistenza.
Due persone ricevono la stessa critica sul lavoro.
La prima pensa: “Mi dà fastidio, ma vediamo se c’è qualcosa di utile”.
La seconda sente una contrazione nello stomaco, vergogna, rabbia, desiderio di sparire. Poi pensa: “Sono un fallimento”.
La differenza non sta necessariamente nella critica. Sta anche nella struttura sulla quale quella critica cade.
Se il senso del proprio valore è sufficientemente stabile, posso riconoscere di aver sbagliato senza trasformare l’errore nella definizione totale di chi sono. Quando il Sé è fragile, un evento relativamente piccolo può essere vissuto come una minaccia all’intera immagine di sé.
Questo è uno dei passaggi per cui Kohut diventa particolarmente interessante.
Nel linguaggio comune diciamo spesso che una persona è narcisista perché pensa troppo a se stessa o si sente superiore. La prospettiva della Psicologia del Sé è più complessa.
Dietro alcuni funzionamenti narcisistici può esserci non un eccesso di solidità, ma una fragilità del senso di sé.
Una persona può avere bisogno di sentirsi eccezionale proprio perché sentirsi semplicemente normale la mette in contatto con qualcosa di doloroso. Può cercare ammirazione perché senza quello sguardo fatica a mantenere il proprio valore. Può reagire con rabbia a una critica perché non vive soltanto “hai criticato qualcosa che ho fatto”, ma qualcosa di più vicino a “hai messo in pericolo ciò che sono”.
Qui è importante evitare formule semplicistiche. Non esiste una regola del tipo: “se i tuoi genitori non ti hanno rispecchiato, allora da adulto ti sentirai vuoto”. Lo sviluppo umano è molto più complesso.
Kohut ci offre però una lente: se le funzioni di rispecchiamento, idealizzazione e appartenenza vengono offerte in modo troppo discontinuo, poco sintonizzato o difficilmente utilizzabile dal bambino, alcune capacità possono restare più dipendenti dall’esterno.
Il problema non è che un genitore debba essere perfetto. Anzi, uno sviluppo sano richiede anche frustrazioni, limiti e delusioni. La questione è se queste frustrazioni avvengono dentro una relazione sufficientemente empatica e riparabile.
Quando questo accade, il bambino può gradualmente trasformare ciò che inizialmente riceve dall’esterno in una capacità più interna.
Una relazione sufficientemente buona non risponde perfettamente a ogni bisogno. Il genitore non comprende sempre, non è sempre disponibile, non rispecchia ogni entusiasmo nel modo giusto.
Per Kohut, piccole e tollerabili frustrazioni possono diventare occasioni di crescita quando avvengono dentro un legame che complessivamente resta affidabile.
La persona scopre lentamente che può reggere una mancata risposta senza crollare. Può tollerare che l’altro non sia perfetto. Può mantenere qualcosa dentro di sé anche quando il sostegno esterno non arriva esattamente come desiderato.
Questo processo è collegato a ciò che Kohut descrive come interiorizzazione trasmutante: funzioni che inizialmente dipendono molto dall’altro diventano progressivamente più disponibili all’interno della persona.
Qui la Psicologia del Sé modifica profondamente il modo di pensare al trattamento.
Se una persona arriva soprattutto con fragilità del Sé, senso di vuoto e bisogno di conferme, non basta interpretarle subito che “cerca approvazione” o che “dipende dagli altri”. Una lettura corretta ma prematura può essere vissuta come un’altra esperienza di non essere compresi.
Kohut attribuisce quindi un ruolo centrale all’empatia: provare a comprendere l’esperienza del paziente dall’interno prima di interpretarla dall’esterno.
In questa prospettiva il lavoro terapeutico non consiste soltanto nel cercare un desiderio nascosto o un conflitto rimosso. Consiste anche nell’offrire una relazione sufficientemente stabile nella quale la persona possa sentirsi vista, riconosciuta e sostenuta emotivamente senza che questo diventi una gratificazione indiscriminata.
Nel trattamento possono emergere bisogni molto simili a quelli descritti nello sviluppo.
Il paziente può avere bisogno di sentirsi visto e compreso: transfert di rispecchiamento. Può vivere il terapeuta come una figura forte e stabile alla quale appoggiarsi: transfert idealizzante. Oppure può cercare una sensazione di somiglianza e appartenenza: gemellarità.
Il terapeuta non deve soddisfare senza limiti questi bisogni. Deve piuttosto riconoscerli, comprenderli e lavorare sulle inevitabili frustrazioni che emergono nella relazione.
Prima o poi il terapeuta non capirà perfettamente qualcosa. Dirà una frase che non coglie il punto. Finirà la seduta mentre il paziente avrebbe voluto continuare. Andrà in ferie. Avrà un limite.
Per una persona con un Sé fragile, questi momenti possono essere vissuti con grande intensità. Possono comparire rabbia, vergogna, ritiro, svalutazione o senso di vuoto.
Il punto terapeutico non è evitare per sempre ogni frustrazione. È poterla attraversare, comprendere e riparare.
Gradualmente la persona può fare un’esperienza nuova: una relazione può deludermi senza scomparire. Posso essere arrabbiato senza perdere completamente il legame. Posso non essere compreso perfettamente e continuare a esistere.
Il trattamento non mira a trasformare qualcuno in un individuo che non ha più bisogno degli altri. Mira a costruire una maggiore coesione e continuità del Sé.
Concretamente, il lavoro può aiutare la persona a:
Quando il vuoto fa paura, la tentazione è riempirlo immediatamente.
Telefono. Social. Lavoro. Relazioni. Sesso. Sport. Progetti. Qualsiasi cosa permetta di non rimanere troppo a lungo nel silenzio.
Nessuna di queste attività è di per sé problematica. La domanda è:
“Che cosa succede dentro di me quando tutto questo si ferma?”
Il lavoro non consiste nel togliere bruscamente ogni sostegno esterno e costringersi a stare soli. Per una persona fragile sarebbe spesso inutile o persino controproducente.
Consiste nel costruire gradualmente una capacità diversa: poter usare gli altri, le attività e le passioni come fonti di nutrimento psicologico senza dipendere completamente da esse per sentirsi vivi.
Non esiste un esercizio capace da solo di “curare” una fragilità del Sé. Però alcune direzioni possono accompagnare il lavoro terapeutico.
Osservare i crolli: quando mi sento improvvisamente vuoto o senza valore, che cosa è successo poco prima?
Notare le conferme: quanto dura il sollievo quando qualcuno mi approva o mi desidera?
Costruire continuità: quali attività, valori e relazioni sento veramente miei anche quando nessuno li vede?
Tollerare piccole pause: posso restare qualche minuto senza riempire subito ogni spazio, senza trasformarlo in una prova di forza?
Cercare relazioni sufficientemente affidabili: non persone che mi ammirino sempre, ma persone con cui possano esistere riconoscimento, differenze e riparazioni.
Il punto non è imparare a non avere bisogno. È costruire un modo più stabile di avere bisogno.
Possiamo immaginare lo sviluppo psicologico come un processo di progressiva interiorizzazione.
All’inizio abbiamo bisogno che qualcuno ci calmi. Poi impariamo anche a calmarci. Abbiamo bisogno che qualcuno riconosca il nostro valore. Poi possiamo conservare una parte di quel valore anche quando nessuno lo sta confermando. Abbiamo bisogno di qualcuno abbastanza forte accanto a noi. Poi una parte di quella sicurezza diventa nostra.
Le relazioni continuano a essere importanti. Ma cambia il modo in cui ne abbiamo bisogno.
L’altro non deve più tenerci continuamente insieme. Può stare insieme a noi.
Forse il contrario del vuoto non è riempire ogni spazio.
Non è ricevere abbastanza attenzione. Non è essere continuamente desiderati. Non è avere sempre qualcosa da fare.
È costruire lentamente una sensazione più stabile:
“Io continuo a esistere anche quando nessuno mi sta guardando.”
Posso essere deluso senza perdermi. Posso essere criticato senza sentirmi distrutto. Posso avere bisogno di qualcuno senza dissolvermi nella sua assenza. Posso stare qualche momento nel silenzio e continuare a percepire me stesso.
In questa cornice il sintomo non è soltanto un errore da correggere. Può diventare il segnale di qualcosa che non ha ancora trovato uno spazio sufficiente per svilupparsi. Guardare il vuoto in questo modo non significa rassegnarsi, ma provare a comprenderlo senza trasformarlo immediatamente in una prova di essere sbagliati.
Il vuoto non deve necessariamente essere riempito. A volte deve essere compreso, attraversato e trasformato in uno spazio nel quale una persona possa finalmente cominciare a sentire una presenza propria.
Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self. International Universities Press.
Kohut, H. (1977). The Restoration of the Self. International Universities Press.
Kohut, H. (1984). How Does Analysis Cure?. University of Chicago Press.