Mi sono avvicinato all’IFS, cioè Internal Family Systems, in un momento in cui stavo cercando di capire meglio il funzionamento di un paziente che sembrava vivere una forte divisione interna. Non nel senso banale di “essere incoerente”, ma in un senso molto più preciso: una parte sembrava volere una cosa, un’altra parte sembrava volerne una completamente diversa, e queste parti parevano quasi dover trovare un accordo tra loro.
Da una parte c’era il bisogno di avvicinarsi, chiarire, chiedere, riparare. Dall’altra c’era il bisogno opposto: chiudere, proteggersi, scappare, non sentire più nulla. Letto con altre cornici teoriche, qualcosa si capiva, ma non tutto tornava davvero. Con l’IFS, invece, mi si è aperta una cornice nuova: l’idea che dentro una persona possano esistere parti diverse, ognuna con una propria funzione, una propria paura e un proprio modo di proteggere il sistema.
Successivamente ho ritrovato questa lettura anche in altre persone. In particolare, la figura del firefighter, cioè della parte che interviene in emergenza per spegnere un dolore troppo intenso, mi è sembrata molto utile per capire alcuni comportamenti che altrimenti rischiano di essere letti solo come impulsività, incoerenza o mancanza di volontà. Alcune persone, in momenti di crisi, fanno cose che poi non riconoscono pienamente: scrivono messaggi impulsivi, rompono legami, cercano sollievo immediato, agiscono in modo drastico, poi si pentono, chiedono scusa e si chiedono perché abbiano fatto proprio quella cosa.
L’Internal Family Systems è un modello psicoterapeutico sviluppato da Richard C. Schwartz. L’idea di fondo è che la mente non sia un blocco unico, ma un sistema composto da molte parti interne. Queste parti non sono “personalità multiple” e non vanno confuse con una diagnosi dissociativa. Sono modi diversi in cui una persona può sentire, pensare, proteggersi, desiderare o reagire.
In questo modello, una persona può avere una parte che vuole controllare tutto, una parte che teme di essere rifiutata, una parte che si arrabbia, una parte che vuole compiacere, una parte che si vergogna, una parte che vuole sparire, una parte che cerca di mantenere tutto stabile. Il problema non è avere parti diverse. Il problema nasce quando alcune parti diventano molto estreme, entrano in conflitto tra loro o prendono il controllo senza lasciare spazio a una guida interna più calma e integrata.
Una parte vuole parlare subito con una persona per chiarire.
Un’altra parte vuole bloccare tutto, sparire e non esporsi più.
Un’altra ancora può intervenire in modo impulsivo per spegnere l’angoscia del momento.
Uno dei concetti centrali dell’IFS è il Self. Nel linguaggio del modello, il Self non è una parte come le altre. È piuttosto una posizione interna più stabile, capace di osservare, ascoltare e guidare le parti senza fondervisi completamente.
Quando una persona è più vicina al Self, può guardare ciò che accade dentro di sé con maggiore curiosità, calma, chiarezza e compassione. Non significa che il dolore sparisca. Significa che la persona non è più completamente identificata con la parte spaventata, arrabbiata, disperata o impulsiva. Riesce a dire: “Una parte di me sente questo”, invece di vivere quell’emozione come se fosse tutta la sua identità.
Questo passaggio è clinicamente molto importante. Dire “sono sbagliato” è diverso da dire “una parte di me si sente sbagliata”. Dire “voglio distruggere tutto” è diverso da dire “una parte di me, adesso, vuole distruggere tutto per non sentire questo dolore”. Questa piccola distanza può aprire uno spazio di lavoro enorme.
L’IFS descrive spesso tre grandi gruppi di parti: i manager, gli esiliati e i firefighter.
I manager cercano di prevenire il dolore. Sono parti che organizzano, controllano, anticipano, compiacciono, evitano, pianificano, si irrigidiscono o cercano di mantenere tutto sotto controllo. Il loro obiettivo è impedire che il sistema venga travolto.
Gli esiliati sono parti più vulnerabili, spesso legate a dolore, vergogna, paura, solitudine, rifiuto o ferite relazionali. Vengono chiamate così perché il sistema cerca spesso di tenerle lontane dalla coscienza, proprio perché portano emozioni molto intense.
I firefighter, invece, intervengono quando il dolore degli esiliati si attiva troppo. Il loro scopo non è organizzare la vita con calma, ma spegnere l’incendio. Cercano sollievo immediato. Per questo possono spingere verso comportamenti impulsivi, rotture improvvise, anestesia emotiva, abbuffate, sostanze, isolamento, sesso usato come regolazione, messaggi disperati, aggressività, chiusure drastiche o altri modi rapidi per non sentire più quell’emozione.
La figura del firefighter è particolarmente utile perché spiega molti comportamenti che, visti solo da fuori, sembrano assurdi o incoerenti. Una persona può dire di voler stare meglio, desiderare una relazione stabile, sapere razionalmente che certi gesti peggiorano la situazione, e poi, in un momento di forte attivazione, fare proprio ciò che danneggia il legame, la fiducia o la propria stabilità.
Quando mi capita di spiegare questo meccanismo, utilizzo spesso l’analogia del dente che fa male. Chi di noi, davanti a un mal di denti molto forte, magari senza poter prendere subito un antidolorifico o andare dal dentista, non ha mai pensato per un attimo a una soluzione drastica pur di far cessare il dolore?
Naturalmente, strapparsi un dente da soli sarebbe una pessima soluzione: farebbe più danni che bene. Ma questa immagine rende bene il funzionamento di alcune parti firefighter. Quando il dolore emotivo diventa troppo intenso e sembra non avere vie d’uscita, una parte della persona può cercare una soluzione immediata, anche se quella soluzione peggiorerà le cose dopo.
Letto superficialmente, questo può sembrare semplice mancanza di controllo. Letto in chiave IFS, invece, può essere il segnale che una parte firefighter sta cercando di proteggere la persona da qualcosa che, in quel momento, viene percepito come intollerabile. Non sta scegliendo ciò che è meglio sul lungo periodo: sta cercando di interrompere un dolore immediato.
Questo non significa giustificare tutto. Significa capire meglio. Se una parte distrugge un rapporto, manda messaggi impulsivi, cerca anestesia o agisce in modo drastico, non basta dire “non farlo più”. Bisogna capire da quale dolore sta scappando, che cosa teme accadrebbe se non intervenisse, e quale funzione protettiva sta provando a svolgere.
Uno degli aspetti più interessanti dell’IFS è che permette di leggere i conflitti interni senza ridurli a confusione generica. Una persona può avere una parte che vuole essere amata e un’altra che non si fida di nessuno. Una parte che vuole esporsi e un’altra che vuole ritirarsi. Una parte che desidera cambiare e un’altra che teme che cambiare significhi perdere sicurezza.
In questi casi, il lavoro non consiste nello scegliere una parte buona e una parte cattiva. Spesso entrambe stanno cercando di proteggere qualcosa. Il problema è che usano strategie diverse e, a volte, opposte. Una parte cerca vicinanza per sentirsi al sicuro. Un’altra cerca distanza per evitare di essere ferita. Una parte vuole parlare. Un’altra vuole sparire. Una parte vuole controllare. Un’altra vuole smettere di sentire.
Una parte può dire: “Devo chiarire subito, altrimenti perdo il legame”.
Un’altra può dire: “Se mi espongo, mi faranno male”.
Un’altra ancora può agire: “Basta sentire questa angoscia, faccio qualcosa subito per spegnerla”.
La lettura IFS può essere utile perché offre una cornice non patologizzante. Invece di vedere la persona come incoerente, manipolatoria o semplicemente impulsiva, permette di chiedersi: quale parte sta parlando? Che cosa teme? Che cosa vuole proteggere? Da quale emozione sta cercando di tenere lontana la persona?
Questo cambia anche il clima della terapia. Il paziente può iniziare a guardare i propri comportamenti con meno vergogna e più comprensione. Non per deresponsabilizzarsi, ma per assumersi responsabilità in modo più preciso. Se capisco quale parte si attiva, quando si attiva e da cosa vuole proteggermi, posso iniziare a non farmi guidare automaticamente da quella parte ogni volta.
In questo senso, l’IFS aiuta a passare da una domanda giudicante, come “perché sono fatto così?”, a una domanda clinicamente più utile: “che cosa sta cercando di fare questa parte per me?”.
In terapia, una lettura IFS può aiutare a rallentare il processo. Invece di correre subito al comportamento finale, si prova a ricostruire la sequenza interna: quale parte si è attivata per prima, quale l’ha contrastata, quale ha preso il controllo, quale dolore stava cercando di non far sentire.
Il lavoro non consiste nel eliminare le parti. Una delle idee più importanti dell’IFS è che non ci sono parti cattive in senso assoluto. Ci sono parti che hanno assunto ruoli estremi, spesso perché hanno dovuto proteggere la persona in qualche momento della sua storia. L’obiettivo non è distruggerle, ma comprenderle, aiutarle a fidarsi di più del Self e permettere loro di lasciare ruoli troppo rigidi o troppo costosi.
Questo può essere molto utile con persone che vivono forte conflitto interno, disregolazione emotiva, vergogna, impulsività, autoattacco, dipendenza affettiva, paura dell’abbandono o comportamenti che sembrano ripetersi nonostante la persona dica sinceramente di voler cambiare.
Come ogni modello, anche l’IFS non deve diventare una lente unica e assoluta. Può spiegare molto bene alcuni funzionamenti, ma non sostituisce una valutazione clinica completa. A volte servono anche altri modelli: trauma, attaccamento, DBT, sistemica, lavoro cognitivo-comportamentale, regolazione emotiva, valutazione diagnostica o interventi più strutturati in base al caso.
Proprio per questo, per me, l’IFS è interessante non perché “spieghi tutto”, ma perché spiega molto bene alcune cose che con altre cornici rischiano di restare meno chiare: i conflitti interni, le parti protettive, l’impulsività post-crisi, il pentimento dopo l’azione, la lotta tra bisogno di vicinanza e bisogno di fuga.
L’IFS offre una cornice molto interessante per comprendere quei momenti in cui una persona sembra abitata da spinte diverse e contraddittorie. Una parte vuole avvicinarsi, una parte vuole scappare, una parte vuole controllare, una parte vuole spegnere tutto. Invece di vedere questa complessità come caos senza senso, il modello prova a darle una forma.
Il punto non è dire che ogni comportamento vada bene perché “era una parte”. Il punto è capire che molti comportamenti problematici hanno una funzione protettiva, anche quando il risultato finale è doloroso. Da lì può iniziare un lavoro più serio: non combattere sé stessi, ma imparare a riconoscere, ascoltare e guidare meglio ciò che accade dentro.
Questo articolo prende spunto da alcuni concetti presenti nel libro di Richard C. Schwartz e Martha Sweezy, Terapia dei sistemi familiari interni, rielaborati in forma divulgativa e integrati con una lettura psicologica.
Schwartz, R. C., & Sweezy, M. (2023). Terapia dei sistemi familiari interni. Raffaello Cortina Editore.